Dal reddito imponibile alla ricchezza tassabile

Nei sistemi fiscali moderni (basati sull’adempimento volontario) gli uffici fiscali non controllano per produrre gettito, ma per indurre i contribuenti ad adempiere spontaneamente. Il gettito globale effettivo dei controlli non ripaga neppure il costo dell’apparato perché viene incassata una minima parte delle cifre enunciate nei comunicati stampa sulla lotta all’evasione. I controlli servono piuttosto ad indurre la massa dei contribuenti ad assolvere con spontaneità, così dimostrando che la “capacità economica nascosta al fisco” non conviene rispetto al rischio di un controllo futuro. In questo contesto la funzione dell’Amministrazione finanziaria non è quella di cancellare del tutto l’evasione (cosa del resto piuttosto improbabile in qualunque paese), ma di arginarla entro confini politicamente accettabili da chi non può evadere (si pensi ai lavoratori dipendenti, ai pensionati e alle imprese del “business to business”. Si deve quindi convivere con un certo grado di evasione, ammenochè non si instauri uno Stato di polizia tributaria, ingabbiando la circolazione della ricchezza ed inseguendo il mito di una tassazione a tappeto sulle ricchezze di ciascuno. La strada più adeguata, quindi, risiede nella selettività dei controlli comunque accompagnata da una adeguata quantità dei medesimi. Questo di certo spinge a comportamenti, nel lungo e medio periodo, fiscalmente più fedeli. E’ pertanto biasimevole la pratica dei condoni che si sono prodotti in Italia dal 1982 al 2003 (forse non meno di cinque, con variegate denominazioni) che hanno premiato i furbi con un suicidio del fisco sul piano dei rapporti psicologici con i contribuenti onesti. Ogni volta c’è un pretesto per introdurli e raccattare così le cifre che servono per tappare il buco della spesa pubblica corrente. Sembra quasi una misura ordinaria. Si pensi ad esempio allo scudo fiscale per il rientro (meglio dire nazionalizzazione) dei patrimoni estero vestiti. Insomma misure tampone, organizzate sul dichiarato di ieri, per rendere plausibili le scelte dell’oggi e agire sulla credibilità (?) del sistema per gli occhi di chi dichiarerà domani.

Detto questo, discutere se l’evasione - come ha dichiarato il Direttore dell’agenzia delle Entrate (si veda “Il Sole 24 Ore” dell’11 marzo 2011, pagina 31) - sia di 120 miliardi di EURO e serviranno dieci anni per debellarla oppure ammonti ad 80 miliardi costituisce, in assenza di parametri affidabili di confronto, solo uno sterile esercizio di astrologia fiscale. Il livello di guardia dell’evasione non è un dato numerico, ma una circostanza sociologica che viene all’attenzione quando si incrina il patto sociale fra i cittadini: le stime numeriche possono sembrare solo una noiosa statistica, ma la proliferazione dei benestanti che, per il fisco, sono nullatenenti viene avvertita empaticamente dall’opinione pubblica. Così l’evasione, a questo punto, diventa intollerabile perché squalifica lo Stato e produce fratture laceranti tra chi può evadere e chi No.

Del resto un’indiretta conferma che il paese si regge sulle fasce che non possono evadere è già nelle elaborazioni sulle denunce dei redditi 2010/2009 (“Il Sole 24 Ore” del 12 marzo 2011, pag. 7): il 90% dei contribuenti IRPEF dichiara al fisco redditi sino a 35 mila EURO mentre solo lo 0,17% supera i 200 mila Euro. Ma già dai 70 mila Euro in su c’è un calo di circa il 7% rispetto all’anno precedente. Se si tiene conto della crisi (oggi stagnazione e inflazione insieme) il risultato sul gettito è almeno da considerarsi buono. Ma tale non è il contrasto all’evasione che fonda i 25 miliardi di EURO dichiarati (come recupero del gettito) su presunti accertamenti. In verità questo numero, peraltro ragguardevole, si riferisce a crediti erariali e contributivi di somme dichiarate e non versate dai contribuenti ed iscritte a ruolo dagli uffici finanziari e per la riscossione consegnati ad Equitalia (“La Repubblica” del 13 marzo 2011, pag. 32).

Il recente rafforzamento del redditometro e l’attivazione del cosìdetto spesometro sembrano pertanto più uno spauracchio di deterrenza, piuttosto che veri motori per la lotta all’evasione. Così appare pure il ricorso sul monitoraggio, dichiarato dall’Agenzia delle Entrate, attingendo ai social network, Facebook fra questi (cfr.“Il Sole 24 Ore” del 15 marzo 2011, pag. 34). Insomma soluzioni militari e punizioni esemplari non servono. Veri sforzi vanno diretti a contenere l’evasione entro limiti accettabili. E’ velleitario proporsi di individuare un EURO, cifra di cui non resta traccia e che nessuno conosce. Del resto l’evasione è un fenomeno con cui le grandi democrazie ad economia di mercato dovranno sempre convivere con una buona dose di pragmatismo; con ciò accontentandosi spesso di imponibili verosimili. Chi è ossessionato dal sospetto che l’evasione possa essere dappertutto finisce per girare a vuoto. C’è chi evade per arricchirsi e c’è chi evade per sopravvivere: ci sono casi in cui l’evasione non si può escludere a priori ed altri dove appare probabilissima.

L’Amministrazione finanziaria – oggi – mette tutto sullo stesso piano (piccole e grandi imprese) e persiste un sostanziale accanimento ad accertare qualcosa in ogni minuto controllo, sprecando tempo ed energie. Occorre, invece, abituarsi a decidere che in certi casi non vale la pena di continuare la verifica fiscale, mentre per altre tipologie reddituali il controllo va reso più penetrante, magari concentrandosi sull’occultamento dei ricavi se si tratta di dettaglianti o artigiani, oppure sulle fatture false se si tratta di medio/grandi imprese. Infine indagando sui prezzi infragruppo se oggetto dell’indagine sono gruppi multinazionali o società nazionali fra loro collegate dal comando dello stesso soggetto economico, a prescindere dalla struttura giuridica che le “separa”.

Il ritardo è palpabile là dove si pensi a come è distribuita la ricchezza (senza biasimo per i “ricchi”). L’ISTAT registra che l’1% delle famiglie detiene il 13% della ricchezza e la Banca d’Italia documenta l’enorme divario che esiste nel paese su questi numeri: circa il 45% per titoli ed immobili è in mano al 10% degli italiani.

Questo dimostra che l’economia cammina con passo diverso rispetto alle costruzioni giuridico/fiscali che vorrebbero censirla e tassarla. E’ più veloce, da sempre. C’è una mappa dell’ingiustizia che poggia sulla rendita finanziaria. Sicché piuttosto che inseguire l’oramai famoso (il tutto risale a circa dieci anni fa) barbiere di Mentana che si vide sanzionare per circa 11 miliardi di vecchie lire (emetteva lo scontrino in luogo della ricevuta fiscale!) sugli incassi da lui dichiarati, bisognerebbe circoscrivere le indagini tributarie sul non dichiarato per chi abbia rischi da correre in misura elevata. Tale diversa sensibilità non è governata solo dall’occasione di evadere, ma pure dalla diversa utilità marginale del denaro, come pure dalla posizione sociale raggiunta insieme al prestigio e all’immagine. Si capisce così che non esistono “ gli evasori” come tipi umani, ma esiste l’evasione come valutazione razionale “costi/benefici”. In buona sostanza è poco profittevole inseguire una moltitudine di piccoli e sospettati evasori (che dichiarano al fisco). Molto meglio è costruire una tela, fuori dagli ordinari strumenti documentali della tassazione analitico-aziendale.

Tarare le verifiche fiscali vuol dire partire dall’alto delle macro strutture e scendere verso il basso delle sub-forniture: da qui parte la segnalazione sulle cessioni di beni e le prestazioni di servizi. Insomma dal binario morto del dichiarato occorre invertire il metodo e scalare, con criteri econometrici, la montagna della ricchezza imponibile nascosta. I data base, oramai disponibili, impongono scelte radicali. Di certo anche modifiche giuridiche dell’ordinamento, oggi al riparo della tassazione finanziaria cedolare (12,50%), ma pure – in campo immobiliare – di una buona dose di sommerso, che poi si tradurrà in investimenti non produttivi, e sempre finanziari, resistibili a qualunque verifica fiscale. La contraddizione è di tutta evidenza e conferma la carenza di modelli concettuali adeguati ad una moderna tassazione.

Il brigantaggio del 1861: una ferita ancora aperta

Ci sono momenti in cui tante piccole finestre della memoria si aprono per caso ad illuminare minuscoli pezzi emotivi che, immagazzinati, si trasformano – come in un film – e diventano sintesi di un racconto, di un quadro che finalmente si connota nella sua interezza. Questa volta è successo guarda caso proprio sul 1861. Nello scorrere la stampa quotidiana e dopo aver letto il bellissimo libro di Carlo Fracassi “Il romanzo dei mille” ho avuto un’illuminazione, ora a 62 anni, ricordando la prima lettura di “Nord e Sud” di Carlo Alianello (1971). Improvvisamente ho avvertito una ricomposizione di visioni con l’accenno che riposava depositato nel mio libro di storia (Giorgio Spini).

In un sussulto di lucidità (ogni tanto accade) ho sentito forte il bisogno di capire e ripercorrere un tempo che la brevità delle righe del mio testo scolastico aveva lasciato inesplicato.

Il brigantaggio: che vuol dire, che voleva dire al di là della vulgata storico-popolaresca?

È possibile che quegli uomini fossero tutti mascalzoni, ladri, predatori. Possibile che Garibaldi non fosse consapevole di quanto si lasciava alle spalle mentre andava a Napoli? Il generale, combattente ma attento uomo della diplomazia, emanò un editto a Rogliano (Calabria). Siamo nel 1860. Con poche righe disse: “gli abitanti poveri di Cosenza esercitino gratuitamente gli usi di pascolo e di semina nelle terre demaniali della Sila...” Si parla di demanio pubblico, è bene dirlo, e non di terre “private”. Ma la paura, si sa, è contagiosa. Pensa sempre al peggio. Tralascio le circostanze, ma non i nomi – i baroni della Sila, Morelli, Berlingieri, Barracco, Lucifero e Albani temevano il re Borbone, ma temevano anche il “nuovo” dei Sabaudi. Marx c’entrava poco (anche perché i contadini non lo conoscevano, né tantomeno sapevano dei suoi scritti). Diomede Pantaloni scrisse a Minghetti, ministro degli Interni, parole in-equivoche sulla terra e sui contadini ridotti in miseria. Da qui parte la rivolta che spinge al brigantaggio e che il regno di Sardegna non seppe arginare con una saggia riforma sociale. Si scelsero le armi e l’attributo infamante di “briganti”, con il più facile percorso della repressione. Fu così che le ragioni del popolo si mischiarono con quelle dei “legittimisti” e viceversa. In una forzata confusione di identità fra Brigantaggio/popolo/borbonici e pure clericali: Crotone, Catanzaro, Cosenza ne furono protagoniste.

Terribile presupposto per quella che diventerà, poi, l’eredità dell’ndrangheta. A Musolino, Fra Diavolo e Crocco fecero seguito bande “meno onorevoli” che trovarono terreno facile nel difendere nobili, borghesi e proprietari terrieri contro l’annessione al Regno sabaudo.

In buona sostanza la reazione trovò fertile terreno, fronteggiando il modello della borghesia piemontese: mancata riforma agraria, inasprimenti fiscali, coscrizione obbligatoria. Si concretizzava così, più tardi, il pensiero gramsciano di “una grande disgregazione sociale” le cui radici affondavano nel secolo precedente, col processo di erosione del feudalesimo e di privatizzazione (e concentrazione) della terra. L’unificazione nazionale non seppe interpretare e leggere lo squilibrio fra sfruttamento della terra e dei contadini: per cui il progetto democratico fu sconfitto. La repressione militare, che seguì, passò alla storia sotto l’eufemismo di lotta contro il brigantaggio, mentre fu vera, sanguinosa e spietata guerra civile dal 1861 al 1865.

Oggi, che ricordiamo Garibaldi, il generale va evocato come figura che funge da promemoria dell’incompiuto, al pari del realizzato.

Questa estate, visitando la sua casa a Caprera, un altro tassello mi si è aggiunto. Il ricordo di Mazzini e quello di Carlo Cattaneo. La quercia non c’è più, ma resta la sua testimonianza. Questi tre personaggi furono straordinari e, credo, irripetibili. In particolare Carlo Cattaneo. Poco citato, ma vero federalista. A Lui e al suo alto messaggio ci sentiamo di dire che, culturalmente e per sensibilità umana, va tributato un atto di riconoscenza, piuttosto che un’evocazione separatista.

 

7 dicembre 2010

Un luogo raffinato per palati attenti

Preparare i propri piatti in una vera cucina professionale, anziché sui quattro fuochi di casa: è il sogno, magari inconfessato, di tutti coloro che, a loro agio con pentole e fornelli, amano far da mangiare per i propri amici, e pensano che, in un ambiente comme-il-faut, potrebbero farlo a livelli decisamente più alti che a casa, dando così modo al proprio talento culinario di esprimersi appieno.

Il sogno, ora, può felicemente avverarsi, grazie a Vittorio Virno, patron dell’Ortica, sulla Collina Fleming.

Virno ha aperto infatti un nuovo, piccolo ed elegante locale nel cuore di Roma, a via del Vantaggio 39A, giusto quattro passi da Piazza del Popolo. Battezzato semplicemente “Virno e cucina”, il nuovo ristorante non solo permetterà a pochi fortunati alla volta (sono previsti soltanto 18 coperti) di gustare in pieno centro la cucina di Virno, ma consentirà anche, a chi lo vorrà, di indossare cappello e giacca da chef e infilarsi in cucina per preparare personalmente i suoi manicaretti agli amici ospiti.

Il cibo per me, è sempre stato convivio e quindi condivisione, spiega Virno. Per questo ho concepito i miei ristoranti, in particolare l’“Ortica”. Per dare ai clienti la sensazione di essere a casa propria, in un’atmosfera calda e rilassata, ingrediente fondamentale per godere davvero l’esperienza del buon mangiare. Nel nuovo locale le mie convinzioni di sempre si spingono un po’ più avanti: il ristorante sarà talmente “casa” che chi vorrà potrà anche utilizzarlo per cucinarci i suoi piatti forti e servirli ai suoi amici ospiti, i quali grazie alla cucina a vista, potranno assistere in diretta alla performance del loro anfitrione”.

Il cuoco di turno, oltre ad avvalersi di tutte le dotazioni del ristorante, potrà anche contare sull’assistenza di Virno e della sua brigata di cucina, come un vero chef professionista.

Viviamo tempi in cui la curiosità e la consapevolezza verso il cibo e il buon mangiare sta aumentando – dice ancora Virno – e la formula che proporrò nel nuovo locale asseconda questa positiva tendenza: cucinare in ambiente professionale, assistiti da professionisti, è infatti anche un modo per imparare qualcosa in più e arricchire le proprie conoscenze su quello straordinario concentrato di storia, cultura, creatività che è la buona cucina”.

“Virno e cucina”, dunque, è a disposizione degli amanti della buona cucina che vogliono cedere alla tentazione di cucinare per i propri amici in un vero ristorante e con un vero staff di professionisti, evitando tra l’altro il frequente quanto indesiderato effetto collaterale di ridurre la cucina di casa come dopo il passaggio di uno tsunami, come spesso accade ai cuochi dilettanti.

Cucinando in una cucina professionale con l’assistenza di professionisti, è del tutto da escludere che ciò possa avvenire – ride Vittorio –. E in ogni caso, nessuno “chef per un giorno” che verrà a cucinare da “Virno e cucina” si sentirà chiedere di lavare i piatti. Al massimo, se uscirà per ultimo, gli domanderemo di chiudere il gas e di spegenere la luce”.

 

 

"Virno e cucina"

Via Archimede, 80 a

00197 Roma