Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai?

Nel luglio scorso si sono avvicendate in tutta Italia, come nel resto del mondo, le celebrazioni dei quarant’anni dell’ammaraggio dell’uomo sulla luna con mostre, conferenze, spettacoli, proiezioni di video attualissimi e di vecchi film di fantascienza e d’amore, poiché prima di quella data la luna era ‘visitata’ solo da avventurieri della immaginazione o da poeti e sognatori.

Oggi ne conosciamo, almeno in parte, la composizione, l’età e buona parte della movimentatissima, rivoluzionaria vita, ma ciò ci spinge più che mai a tenerne a distanza spettrografie, filmati e vivisezioni per non correre il rischio di perderla del tutto... È forse colpa della nostra formazione antiquata se difendiamo i nostri tentativi di possesso più intimi di quella sfera luminosa che abbiamo studiato nei suoi aspetti più affascinanti, complice anche la mutevolezza di carattere e di comportamento della inafferrabile amata, usa a mutare a ogni girar del vento, a rannuvolarsi all’improvviso nel suo fastoso corredo di cirri di ogni forma e colore, che nei suoi giri di danza si inarca assottigliandosi fino a sparire per poi offrirsi di nuovo intatta e fulgida, generosa e sapiente arredatrice di esterni e specializzata in mari, laghi e boschi ma anche abbastanza esperta in specchi, letti e volti…

No, non ce la sentiamo di parlare di prossimi approdi, preferiamo alla sua offerta sacrificale il conformismo della retorica.

Per chi ha visto Nuovo Cinema Paradiso, la sequenza finale dei baci ritagliati dalle pellicole per volere del prete e lasciati in eredità dall’operatore al suo giovane apprendista è la più bella: ebbene, questa è la scena finale del nostro omaggio alla nostra Luna.

Ecco la Luna di Saffo, che illumina il mondo mentre lei dorme, sola; ecco la Luna di Virgilio a custodir l’Averno e quella di Stazio e Svetonio a fugare le stelle sulla roccia caprese di un imperatore in volontario esilio; ecco la bianca Luna di Tasso che fa alto il silenzio mentre semina in grembo all’erba un nembo di stelle.

Ecco infine la Luna di Leopardi. È quella cantata dal poeta amato da tutti gli studenti fino ai miei tempi, forse perché dava con i suoi versi forma ed espressione a sentimenti ancora in bozzo: la ‘giovinetta immortale’, la ‘vergine dal verecondo raggio’, l’eterna peregrina nel ‘tacito, infinito andar del tempo’, l’unica che forse sa dov’è diretta la vita, che ‘scende, e si scolora il mondo’. In un frammento meno battuto, Leopardi fa cadere spontaneamente la sua Luna su un prato lasciando in cielo ‘come un barlume, un’orma’..

Ci piace vezzeggiarla così, la dea dai dolci nomi, Iside, Selene, Artemide, Diana, al cui comando si solleva il mare e crescono i frutti…

Quanto ai suoi giochi di seduzione, il più apprezzato e ovunque esportato e mai inflazionato è quello del Chiaro di Luna. E a tal proposito ci sembra che il suo migliore estimatore, più che Beethoven e Di Giacomo, sia stato il terribile e geniale F.T. Marinetti il cui Movimento, guarda caso, compie oggi giusto cent’anni.

Nel suo voler uccidere il Chiaro di Luna, questo prodotto che generosamente viene dispensato gratis, sia pure a scadenze mensili e in determinate circostanze a chi ne sappia far uso, sembra potersi riconoscere il proposito di un amante non corrisposto che ricorre all’unico modo per ottenere il possesso dell’amata, secondo il canone di centinaia di drammi in materia.

Che il futurista sostenitore della velocità e della nocività della nostalgia ad ogni speranza di progresso sia stato in fondo, e forse a sua insaputa, un innamorato non corrisposto della Luna?

 

Rom, 30 novembre 2009