Dalla crisi del credito alla recessione

Le economie capitalistiche vivono da anni una crisi profonda e durevole che suscita crescenti preoccupazioni circa i suoi costi e i possibili esiti. La fase nuova (derivati e subprime) e la complessità delle sue forme inducono a ripercorrere la storia delle varie ciclicità. Esse non sono più semplici oscillazioni, ma sembrano prospettare la cosiddetta “crisi generale”, prevista da Marx e pensata come un “punto culminante del movimento contraddittorio del sistema capitalistico”.

Oggi però, rispetto all’analisi keynesiana, è intervenuto un fattore diverso, rappresentato dalla carta economica in circolazione su tutto il continente. Sicché è difficile trovare soluzioni che pure funzionarono fra il 1929 e il 1932.

Il turbocapitalismo è impazzito, impoverendo una classe media a scapito di una minoranza avida. Del resto non c’è bisogno di essere economisti per comprendere che – alla lunga – i soldi si fanno con i beni di largo consumo. E quei beni non li comprano i manager e i petrolieri, ma gli impiegati e gli operai, ai quali va ingrassata la busta paga perché Indiani e Cinesi non basteranno mai a rimpiazzarli come clienti. Questa volta, rispetto al 1929, c’è un virus terribile; c’è una nuova e diversa ingordigia del sistema finanziario con la sua smania di ottenere rendimenti facili con l’uso – ovviamente – della liquidità. Si tratta di una prima volta, in senso così globale, nel quale il capitale finanziario domina la scena e mette sotto scacco il capitale produttivo. Qui sta la terribile novità, già innescata nell’estate del 2007 dalla caduta dei subprime. Qui inizia la febbre della recessione che l’Italia vivrà per almeno due anni; certamente su tutto il 2009. Naturalmente è poi andato in sofferenza gran parte del settore manifatturiero. In proposito non bisogna dimenticare che l’economia statunitense rappresenta il 25 per cento del Pil mondiale e, con in-felice metafora, Nouriel Roubini definisce la sua sofferenza come “la polmonite del mondo”. Così la logica speculativa del denaro che produce denaro ha fallito. L’Italia, insieme a tutta l’Europa, sta in piena crisi di restrizione/regressione. Il plusvalore, lodevole nella logica manifatturiera, si è spostato sulle rendite di posizione con un profitto che dietro non ha merci e beni durevoli, ma solo carta (denaro) che non produce benessere, ma solo arricchimento per alcuni. Anche per le banche, che oggi chiedono aiuto. Ora, però, il giro dei derivati e delle tante moltiplicazioni creditizie è finito. Solo così si spiega la corsa agli sportelli (si pensi all’Islanda), al momento – per fortuna – con minore emotività del 1929.

Ma al compimento degli ottanta anni il ciclo economico presenta il conto. Ed è un conto piuttosto salato, visto che parte dagli Usa, ma investe più o meno il mondo intero. Marx riconosce “l’enorme influenza civilizzatrice del capitale”. Le crisi rappresentano momenti progressivi, malattie salutari ai fini della sua crescita.

Il filosofo Emanuele Severino affermò che “il nemico più implacabile e pericoloso del capitalismo è il capitalismo stesso”. E il capitalismo ha tradito il profitto e non sappiamo che strada prenderà.

La domanda, adesso, è molto banale, che succederà? Ci sarà un nuovo 1929? Galbraith ha raccontato che nessuno si buttò giù dalle finestre. Ma resta vero che i capitalisti, vittime del crollo di Borsa, comunque se la cavarono, mentre a lungo e in termini drammatici a pagare il conto furono i lavoratori dell’agricoltura e quelli delle aziende meccaniche.

La verità è che nessuno si rende ancora conto che nel 1929 ci viviamo dentro. Non in forma catastrofica, ma in modo endemico con un ristagno del quale neppure ci accorgiamo. Si chiama deflazione.

E questo si misura sulla disoccupazione, alta negli Usa, presto altrettanto alta in Europa. C’è un bel libro che lo racconta Furore. Come se distruggere per temperare i prezzi sia un successo. Nel 1936 D.H. Robertons ricordava che “nascosto tra le spire del serpente ciclico poteva esserci un nemico ancora più insidioso, una specie di verme penetrato al centro delle basi istituzionali e psicologiche della nostra società, che ingrassa su quello stesso accrescimento della ricchezza”. Ma allora questo ritorno a Keynes ci potrà aiutare? Se pensiamo anche all’inflazione forse sì.

Ma già allora fu un’errata valutazione del credito a creare il panico. Ci sono delle semi-parentele con il 1929. Ci fu anche allora una flessione produttiva (le macchine anticiparono il grande crollo). Ma anche da noi, in Europa, il crollo dei consumi ha anticipato il default finanziario. A questo si aggiunga che ogni crisi economica contiene e autoproduce un certo stock di emotività. Del resto lo stesso Roosevelt se ne accorse e Keynes lanciò l’allarme sul tesoreggiamento in immobili: c’è perdita insanabile del reddito per un risparmio trasformato in rendita. Questo spiega forse il perché c’è un Keynes riletto e tutto polarizzato sul controllo dell’inflazione, prima ancora che sulla domanda. Ma oggi è quest’ultima a mancare, così come ristagna l’inflazione per mancanza di liquidità nelle buste paga.

Già Tobin ebbe il coraggio di affermare quanto si esageri nell’indicare l’inflazione come il diavolo da combattere. In buona sintesi è che il cuore della difesa è nel lavoro, visto che la ricchezza del Paese, di ogni Paese, non cresce se la domanda di beni di prima necessità si ferma. Sicché la verità è che siamo in piena stagnazione.

Ma la storia non finisce qui e ci regalerà nuove sorprese: se può bastare si pensi che gli Usa hanno già bruciato più della metà dell’intero bilancio pubblico. Stiamo vivendo la crisi dell’impero a credito. Uno sgomento che rimbalzerà su diverse generazioni.

 

Roma, 30 ottobre 2008