Piccole imprese: dalla solitudine alla dignità PDF Stampa E-mail Condividi

Ogni volta che si parla delle aziende di minore dimensione (il 95 per cento delle stesse in Italia ha meno di dieci addetti) si dimentica che esse danno lavoro a circa una persona su due. La crisi in atto non si risolve se non si risolve il loro rilancio. E la ripartenza, quando avverrà, poggia su questo presupposto: sul tentativo di alleviare il disagio dei piccoli imprenditori che in questi mesi pagano e pagheranno, con i propri lavoratori, il prezzo più alto in termini di competitività e di posti di lavoro. Entrambi stanno mal messi. Eppure, al di là di una facile retorica, nessuno governativamente se ne fa carico. Gli ammortizzatori sociali li trattano peggio dei dipendenti che operano presso i grandi gruppi: se vanno fuori dal ciclo lavorativo prendono 600 euro per otto mesi. A rischio ne abbiamo, secondo il governatore di Bankitalia, almeno una cifra intorno al milione e mezzo. E questo senza considerare che pure un altro milione, se perde il lavoro, potrà accedere ad una sussistenza di soli due mesi. Uno scenario a dir poco apocalittico quando poi si pensi che la grande impresa (i suoi dipendenti) è comunque tutelata con più duraturo e congruo paracadute. Produttori del tessile e macchine utensili, tanto per citarne alcuni, hanno chiesto la rottamazione, ma solo l’automobile l’ha ottenuta. Uno strabismo davvero singolare che ci accompagna da sempre e dove le stesse confederazioni datoriali più potenti fanno poco per tutelare quel 95 per cento di imprese cui si accennava in premessa. È piuttosto singolare, peraltro, che il Governo faccia solo buoni annunci per sostenere le produzioni che una volta avevano l’appellativo di: “piccolo è bello”.

Qui di bello ci sono solo i conti economici delle banche che faranno bei profitti, ancora nel consuntivo 2009. Per carità, non è disdicevole, ma le imprese del credito fanno utili “stando ferme”: danno soldi alla stessa oligarchia che siede nei consigli di amministrazione. Così la disuguaglianza, come minimo, si perpetua perché la liquidità erogata dalle istituzioni si distribuisce su “pochi” e la concorrenza ne soffre proprio perché il denaro si concentra e non si allarga – agli stessi tassi – presso la platea di validi progetti presentati da piccoli imprenditori.

Di certo non sarà lo Stato a surrogare questo inadempimento. Ma se mai dovesse saltare soltanto uno dei grandi gruppi (e non sono molti), salterebbero pure le banche che hanno concentrato credito e rischio (aumentati peraltro durante la recessione).

Le banche sono corree come il barbiere di Stalin, chiamate a sostenere la cosiddetta strategia di uscita dalla crisi (exit strategy); danno soldi solo se le garanzie di rientro sono portatrici e basate sul “buon” rientro (magari ipotecario). Così è facile fare il banking.

Non c’è fantasia imprenditoriale proprio là dove si dovrebbe osare, nel rispetto delle regole, e sostenere chi sta vivendo una debolezza strutturale della domanda mondiale.

Le conseguenze di tale miopia sono facilmente intuibili. E sono di due specie. Intanto la chiusura o la crisi delle fabbriche e poi – in una visione più allargata – la persistente caduta della domanda globale, dato che chi spende la totalità delle proprie entrate dispone sempre più di meno denaro. Così se la speculazione trova credito a tassi “miserabili” (diciamo l’uno per mille degli investitori trova nuove occasioni) i prezzi degli attivi immobiliari e finanziari si moltiplicano ben oltre il loro valore effettivo. Intanto però il sistema paese – nella sua totalità – crolla, perché i debitori-imprenditori più piccoli si trovano, per ragionevole simmetria, privi di credito e quindi assai spesso insolventi.

Certo, grazie all’azione di tutti gli Stati, Italia compresa, il Pil sta tornando a salire. Ma questo ha un significato del tutto relativo. Ci vorranno parecchi anni di crescita, se la crescita perdura, prima che si possa tornare ai livelli del 2007. Un guaio serio, per le aziende di più modesta dimensione, che intanto – oggi – sono costrette a diminuire l’occupazione. Per dirla tutta, i senza lavoro tenderanno ad aumentare. Insomma la crisi, misurata sulle persone che perdono l’occupazione, è tutt’ora in corso.

E gli Usa, primo motore mondiale dell’economia, non vanno al “risparmio” nell’aggravare lo stato del nostro export. Del resto non fanno sconti a nessuno. Presi, come sono, da problemi interni – piuttosto simili ai nostri – stanno operando attraverso una svalutazione del dollaro che non ha precedenti nella storia monetaria. Tim Geithner lo ha detto a chiare lettere: “prima l’economia, del dollaro ci occuperemo dopo”. Così la ripresa del “tasso zero” incentiva l’export e diminuisce il deficit commerciale a scapito degli altri paesi. Peraltro gli States stanno salvando l’industria americana che “rimpatria” profitti in euro o in yen. Per dirla semplice le multinazionali americane lucrano dal dollaro una grossa spallata al rialzo, che si ribalta sui consuntivi di bilancio. La stessa cosa vale per il turismo, tanto che gli europei viaggiano costantemente verso San Francisco, Los Angeles, Miami e New York. Ma anche qui si tratta di una scommessa azzardata, visti i tagli tradizionalmente brutali al livello di occupazione. Questo andazzo si scarica, peraltro, sull’Europa: e noi, fra i più deboli del gruppo, ne patiamo le conseguenze.

Così i conti non tornano anche perché, prima o poi, le banche centrali dovranno riassorbire la base monetaria, ammenoché non si scelga la strada, comoda, dell’inflazione. Sostanzialmente la nuova minaccia si chiama W (doppia V). Per evitarla, e per evitare nuove bolle speculative, non resta che procedere con un morbido aumento dei tassi d’interesse. Magari intorno al 2012, assecondando l’aggiustamento monetario con una saggia politica fiscale che, a parità di gettito, alleggerisca, nel nostro paese, i pesi oggi assai gravosi (tipo Irap) che poggiano soprattutto sulla piccola impresa.

 
Tra fiscalità generale e tributi locali PDF Stampa E-mail Condividi

Intervista a Maurizio Leo, Assessore al Bilancio e allo Sviluppo economico del Comune di Roma

L’ultima volta che abbiamo parlato di Fisco su queste pagine risale all’autunno 2003. Ne parlammo perché da poco era stata varata la riforma tributaria sul riordino della tassazione societaria al 33 per cento. Oggi, passati un po’ di anni, che ne pensa di quella iniziativa? Ha funzionato?

Se ci riferiamo all’Ires, che oggi si applica con l’aliquota del 27,5 per cento, certamente ha ammodernato il nostro sistema di tassazione del reddito d’impresa, rendendolo più simile a quello degli altri principali Paesi europei. Peraltro, si potrebbe discutere a lungo sulla sua capacità di rendere il sistema fiscale italiano più competitivo e in grado di sostenere lo sviluppo del Paese: basti pensare agli ultimi interventi sulla parziale indeducibilità degli interessi passivi. Ma c’è da dire anche che le regole di tassazione del reddito d’impresa sono solo una parte del problema: è la misura del prelievo la questione fondamentale per l’economia, e il nostro Paese, in questo senso, è assai svantaggiato dall’imponente livello del debito pubblico, che costringe a tenere elevata la pressione tributaria.

Oggi ci troviamo a dover gestire non poche emergenze: il mondo imprenditoriale, le professioni e soprattutto il lavoro dipendente. I consumi languono e come diceva il compianto prof. Caffè “il cavallo non beve”. Come si può riattivare un circuito virtuoso che riavvii l’economia, anche per il tramite della leva tributaria?

Penso che si dovrebbe avere il coraggio di ragionare su qualche innovazione che dia slancio alla ripresa economica che sembra cautamente profilarsi. Penso a qualche meccanismo di detassazione parziale del reddito incrementale, cioè a un sistema di prelievo ridotto, rispetto a quello ordinario, su una quota di reddito che supera di una certa misura quello del periodo precedente.

Venendo al presente, ci pare che ora gli impegni che la riguardano siano ancora più pressanti: gestire un Comune come Roma fa tremare i polsi. Bilancio annuale, bilancio pluriennale e piano operativo di gestione finanziaria, con la relazione revisionale e programmatica 2009/2011, comportano scelte soprattutto sulle entrate possibili. Come fare se l’Ici su Roma ha creato un ammanco di circa 33 milioni di euro (12 euro pro capite)?

È vero che lo Stato non ha ancora compensato completamente, per la casse dei Comuni, l’eliminazione dell’Ici sulla prima casa. Ma si tratta di un problema destinato a essere risolto. Il gettito dell’Ici, in realtà, procede bene per il Comune di Roma, in linea con le previsioni. Piuttosto, è l’attività di recupero dell’evasione che dev’essere incrementata e il Documento di Programmazione finanziaria del Comune di Roma per il prossimo triennio pone particolare attenzione a questo aspetto. Grazie anche a un accordo stipulato con l’Agenzia del territorio, sarà intensificata l’attività di recupero dei valori catastali e degli accatastamenti. La maggiore e più efficiente attività di contrasto all’evasione e all’elusione tributaria, avviata su tutti i fronti dal Comune di Roma, è fondamentale per evitare aumenti delle misure dei prelievi.

Insomma il patto di stabilità interno, che lega gli Enti locali al rispetto di parametri rigidi, morde con ferocia. Già chiudere in pareggio mi sembra un salto mortale. Ce la farà Roma a rispettare tali vincoli?

L’equilibrio del bilancio è opera complessa in una città come Roma, stretta fra una serie innumerevole di vincoli e problemi. Tuttavia riusciremo a raggiungerlo, grazie a un primo intervento di eliminazione degli sprechi e al contenimento generale delle spese. Per quanto riguarda il patto di stabilità, il Comune di Roma ne è escluso fino al 2011, dopo l’istituzione della gestione commissariale del bilancio fino al 28 aprile 2008.

A suo merito va certamente ascritto il provvedimento di sanatoria per le multe al codice della strada contestate entro il 2004, con il solo aggravio del 4 per cento, da versare agli agenti della riscossione, tenuto conto che il Comune ha prodotto un “fatturato” di circa 340 milioni di euro. Si può estendere questo provvedimento anche alla tassa sullo smaltimento dei rifiuti solidi urbani?

La definizione agevolata delle sanzioni per infrazioni al Codice della strada commesse fino al 31 dicembre 2004 è prevista dalla legislazione nazionale e si è resa necessaria per evitare di trasferire sui cittadini le inefficienze delle vecchie inefficienze sia degli uffici comunali, sia del concessionario privato della riscossione, ormai superate. Non credo che la stessa situazione riguardi la tariffa rifiuti, non più tassa, che ha problemi differenti, soprattutto di elevata evasione e difficoltà di riscossione.

Per trovare soldi non si potrebbe pensare anche alla privatizzazione di alcune aziende romane, magari con una presenza comunale del 51 per cento?

La dismissione di buona parte delle partecipazioni in società del Comune di Roma è imposta dalla legge, quindi dovrà avvenire secondo la disciplina in corso di definizione. Peraltro, il Comune di Roma ha istituito una Commissione di esperti per la razionalizzazione e valorizzazione delle società partecipate, che sta lavorando alacremente e che presenterà le proprie proposte entro l’estate prossima. L’obiettivo è la costituzione di una holding che governi un sistema di società semplificato, che migliori i servizi per i cittadini e riduca i costi per l’Amministrazione.

Per concludere, torno all’inizio della nostra conversazione perché ho trovato suggestivo ed intelligente il suo intervento sul “borsellino elettronico”, come pure il progetto del concordato preventivo. Può spiegare in cosa consistano?

Una strategia efficace di contrasto all’evasione passa anche da una serie di interventi che pongano le condizioni per rendere più “visibili” al Fisco i redditi. L’evasione, infatti, non dipende esclusivamente dal senso civico dei contribuenti, ma anche e soprattutto dalla potenziale visibilità, all’Amministrazione Finanziaria, dei redditi prodotti. Si evade, a mio parere, non solo perché si è meno corretti, ma anche perché si pensa che sia difficile che l’Erario riesca a intercettare i redditi occultati.

Potrebbe essere opportuno favorire la diffusione del c.d. “borsellino elettronico”. In buona sostanza, l’idea è quella che lo Stato distribuisca alcuni redditi – ad esempio, le pensioni – attraverso uno strumento di pagamento, il borsellino elettronico, “tracciabile”. L’obiettivo che si persegue è questo. Chiunque viene pagato con il borsellino elettronico, successivamente, dichiarerà i redditi conseguiti per effetto di quelle transazioni dato che essi sarebbero comunque ricostruibili ex post dall’Amministrazione Finanziaria. Attenzione, ad essere “tracciati”, quindi, non saranno i pensionati, ma i commercianti che con tali soggetti verranno in contatto.

La logica attraverso cui operare, tuttavia, deve essere non quella della imposizione di un obbligo, bensì quella della creazione di un sistema incentivante: non si devono obbligare i pensionati ad utilizzare il “nuovo” strumento in luogo del contante, ma è necessario favorirne la diffusione attraverso, ad esempio, la previsione di un bonus fruibile solo se si utilizza tale strumento. In altre parole, se la pensione da corrispondere è ordinariamente 1.000, può diventare 1.100, laddove si utilizzi il “borsellino elettronico”.

Per quanto riguarda il concordato preventivo, penso a un mix di interventi che coordinandosi variamente tra loro creino le condizioni per far emergere redditi oggi occultati all’Erario. Ad esempio, si potrebbe:

1.         superare, in alcuni casi e su base opzionale, il criterio della autodeterminazione dei tributi in favore di un concordato preventivo;

2.         incentivare i contribuenti a dichiarare comunque i maggiori redditi, attraverso la misura della detassazione del reddito incrementale;

3.         attuare un controllo puntuale sui contribuenti attraverso il c.d. “redditometro”.

L’idea è quella di creare un “circolo virtuoso” di questo tipo:

a.         il contribuente che aderisce al concordato è comunque incentivato a dichiarare i maggiori redditi sfruttando l’agevolazione della detassazione del reddito incrementale;

b.         l’alternativa sarebbe quella che i maggiori redditi realizzati e non dichiarati vengano comunque intercettati per mezzo del redditometro.

Se si realizzano queste condizioni, i redditi “da concordato” con l’Erario diventeranno sempre più credibili, in quanto si aggiorneranno automaticamente e progressivamente, se e nella misura in cui si utilizzerà lo strumento della detassazione del reddito incrementale. È chiaro, però, che questo meccanismo “virtuoso” potrà determinarsi solo se si lavora ad una razionalizzazione e a un potenziamento del redditometro che deve diventare uno strumento di accertamento sempre più “di massa” – applicabile, quindi, alla generalità dei contribuenti – e sempre più “automatico” – vale a dire in grado di collegare con immediatezza a determinati indicatori di capacità contributiva i redditi presumibilmente realizzati.

Termino infine con le professioni. I Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili sono in prima linea nei rapporti con il Fisco anche sul versante dei tributi locali. Come vede in prospettiva un loro coinvolgimento per semplificare gli adempimenti comunali che pure hanno un costo per tempi e modalità di soluzione?

Abbiamo già avviato la collaborazione con i professionisti e, in particolare, con l’Ordine di Roma dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili. Tra l’altro, stiamo lavorando per la messa a punto dello Statuto del contribuente per la fiscalità locale, destinato a completare le previsioni della legge 212 del 2000 sullo Statuto nazionale del contribuente. Nello Statuto locale saranno inserite disposizioni destinate a fare evolvere anche la fiscalità locale sulla strada della semplificazione degli adempimenti e delle garanzie per i contribuenti sul rispetto dei loro diritti fondamentali.


Maurizio Leo

Il prof. avv. Maurizio Leo è nato a Roma nel 1955. Laureato in Giurisprudenza a Roma, si è specializzato in Studi Europei, presso l’Istituto post universitario “Alcide De Gasperi”.

Entrato nell’Amministrazione finanziaria dopo un’esperienza bancaria, ha raggiunto nel 1992 il grado di Dirigente Generale del ministero delle Finanze, con l’incarico di Direttore centrale per gli Affari giuridici e il Contenzioso tributario, presso il Dipartimento delle Entrate. Nel 1999 ha assunto l’incarico di Prorettore della “Scuola Superiore dell’Economia e delle Finanze”. Nel 2001 è stato eletto per la prima volta alla Camera dei deputati nelle liste di Alleanza nazionale, dove è stato rieletto anche nella legislatura successiva nonché in quella in corso. È stato Vice Presidente della Commissione Finanze della Camera e componente dell’Alta Commissione per il Federalismo fiscale, istituita presso il ministero dell’Economia e delle Finanze Nell’attuale Legislatura, è Presidente della Commissione Parlamentare di Vigilanza sull’Anagrafe Tributaria. Docente della Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione, ha tenuto corsi di specializzazione alla Scuola di Management della Luiss. Dal 1986 insegna alla Scuola di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza nei corsi di specializzazione e addestramento per Ufficiali ed è titolare della materia “Legislazione e servizi in materia di Imposte Dirette” presso l’Accademia della Guardia

di Finanza. È stato anche professore a contratto di Diritto tributario presso l’Università degli Studi di Salerno. Ha partecipato, come presidente o componente, a numerosissime commissioni tecniche, sia nazionali sia internazionali, rappresentando anche l’Italia ai lavori del Congresso dell’Onu per la lotta alla criminalità e il trattamento della delinquenza. Autore di numerose pubblicazioni, è noto in particolare per il volume Le imposte sui redditi nel testo unico, pubblicato in sei edizioni e adottato in numerose Università.

 
Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai? PDF Stampa E-mail Condividi

Nel luglio scorso si sono avvicendate in tutta Italia, come nel resto del mondo, le celebrazioni dei quarant’anni dell’ammaraggio dell’uomo sulla luna con mostre, conferenze, spettacoli, proiezioni di video attualissimi e di vecchi film di fantascienza e d’amore, poiché prima di quella data la luna era ‘visitata’ solo da avventurieri della immaginazione o da poeti e sognatori.

Oggi ne conosciamo, almeno in parte, la composizione, l’età e buona parte della movimentatissima, rivoluzionaria vita, ma ciò ci spinge più che mai a tenerne a distanza spettrografie, filmati e vivisezioni per non correre il rischio di perderla del tutto... È forse colpa della nostra formazione antiquata se difendiamo i nostri tentativi di possesso più intimi di quella sfera luminosa che abbiamo studiato nei suoi aspetti più affascinanti, complice anche la mutevolezza di carattere e di comportamento della inafferrabile amata, usa a mutare a ogni girar del vento, a rannuvolarsi all’improvviso nel suo fastoso corredo di cirri di ogni forma e colore, che nei suoi giri di danza si inarca assottigliandosi fino a sparire per poi offrirsi di nuovo intatta e fulgida, generosa e sapiente arredatrice di esterni e specializzata in mari, laghi e boschi ma anche abbastanza esperta in specchi, letti e volti…

No, non ce la sentiamo di parlare di prossimi approdi, preferiamo alla sua offerta sacrificale il conformismo della retorica.

Per chi ha visto Nuovo Cinema Paradiso, la sequenza finale dei baci ritagliati dalle pellicole per volere del prete e lasciati in eredità dall’operatore al suo giovane apprendista è la più bella: ebbene, questa è la scena finale del nostro omaggio alla nostra Luna.

Ecco la Luna di Saffo, che illumina il mondo mentre lei dorme, sola; ecco la Luna di Virgilio a custodir l’Averno e quella di Stazio e Svetonio a fugare le stelle sulla roccia caprese di un imperatore in volontario esilio; ecco la bianca Luna di Tasso che fa alto il silenzio mentre semina in grembo all’erba un nembo di stelle.

Ecco infine la Luna di Leopardi. È quella cantata dal poeta amato da tutti gli studenti fino ai miei tempi, forse perché dava con i suoi versi forma ed espressione a sentimenti ancora in bozzo: la ‘giovinetta immortale’, la ‘vergine dal verecondo raggio’, l’eterna peregrina nel ‘tacito, infinito andar del tempo’, l’unica che forse sa dov’è diretta la vita, che ‘scende, e si scolora il mondo’. In un frammento meno battuto, Leopardi fa cadere spontaneamente la sua Luna su un prato lasciando in cielo ‘come un barlume, un’orma’..

Ci piace vezzeggiarla così, la dea dai dolci nomi, Iside, Selene, Artemide, Diana, al cui comando si solleva il mare e crescono i frutti…

Quanto ai suoi giochi di seduzione, il più apprezzato e ovunque esportato e mai inflazionato è quello del Chiaro di Luna. E a tal proposito ci sembra che il suo migliore estimatore, più che Beethoven e Di Giacomo, sia stato il terribile e geniale F.T. Marinetti il cui Movimento, guarda caso, compie oggi giusto cent’anni.

Nel suo voler uccidere il Chiaro di Luna, questo prodotto che generosamente viene dispensato gratis, sia pure a scadenze mensili e in determinate circostanze a chi ne sappia far uso, sembra potersi riconoscere il proposito di un amante non corrisposto che ricorre all’unico modo per ottenere il possesso dell’amata, secondo il canone di centinaia di drammi in materia.

Che il futurista sostenitore della velocità e della nocività della nostalgia ad ogni speranza di progresso sia stato in fondo, e forse a sua insaputa, un innamorato non corrisposto della Luna?

Rom, 30 novembre 2009