Federalismo e pressione “finanziaria” sul Paese

Da diverso tempo si parla di federalismo, ma pure di come riorganizzare il fisco a livello centrale e periferico. È noto a tutti che l’Italia ondeggia, per pressione tributaria, intorno al 43 per cento circa. Ma nell’elaborazione che si utilizza, per i confronti internazionali, non si capisce bene se vi sia compreso il costo della previdenza (per comodità chiamiamola pressione contributiva) e, poi, se si tenga conto del disavanzo pubblico e cioè del deficit (uscite correnti superiori alle entrate). Questa premessa è utile perché, se misurata, potrebbe fornire un altro numero o altre indicazioni. In buona sostanza darebbe risposta alla domanda ma qual è la pressione finanziaria in Italia, tenendo conto di tutte e tre le variabili (imposte, contributi previdenziali e disavanzo)?

E questo proprio perché, ferme al momento le prime due cifre, il deficit viaggia intorno al 6 per cento con un macigno del debito pubblico – previsto dal nostro Governo – che ruota intorno al 119 per cento del Pil (prodotto interno lordo). Ovvio che, stringendo i costi della spesa pubblica, il riflesso si sposta sull’economia reale (un calo per investimenti in conto capitale di circa il 20 per cento fra giugno 2009 e identico mese del 2010). Il gettito erariale ne consegue con entrate che diminuiscono per almeno di 0,8 punti percentuali. Insomma il clima resta caldo e non siamo certo fuori dalla crisi. I numeri fra 2009 e 2010 si “somigliano” e non sono certo confortanti, fatto salvo il saldo primario (indebitamento al netto degli interessi passivi) che è migliorato, fra il 2010 e il 2009, di circa l’1,7 per cento.

Sin qui i dati macroeconomici. Resta tuttavia aperta, da sempre, una finestra che riguarda il peso che questi numeri rappresentano sul presente e sul futuro delle generazioni: qualcuno dovrà pagare a consuntivo (terza e non eludibile variabile). C’è poi il presente. Tutti o almeno la gran parte dei media parlano del federalismo e del decentramento dei tributi, così come sta evolvendo il confronto (meno Iva, più Irpef ed altri addentellati). Ma nessuno parla della contribuzione previdenziale. Oggi un lavoratore, assunto a tempo indeterminato, “costa” mediamente e all’incirca – per tale voce – una cifra in più non lontana dal 50 per cento della retribuzione stessa (Inail e Tfr compresi): chiamiamola pressione contributiva. Nel federalismo non c’è traccia. Forse, soprattutto per le piccole imprese, almeno un pensiero andrebbe fatto: altrimenti che federalismo è? Per concludere, non basta stimare le tasse che andranno ridistribuite, ma occorre pensare che anche la previdenza è una tassa per le imprese così come il disavanzo dello Stato.