Federalismo fiscale e sussidiarietà compatibile

È oramai opinione condivisa che il problema del federalismo fiscale non possa più essere eluso e tantomeno troppo procrastinato (articolo 119 della Costituzione). Ne è prova la recente legge delega e la già codificata “sussidiarietà” dell’articolo 118, come modificato nel 2001. L’obiettivo è la riduzione della pressione fiscale complessiva, con la necessitata decongestione degli sprechi nei programmi di spesa locali, con ciò tentando di armonizzare una serie di speranze che – a consuntivo – avvicinino cittadini ed Amministrazione Pubblica. In buona sostanza si tratta di riscrivere un diverso rapporto fra entrate tributarie e spesa pubblica, riducendo il divario fiscale cosiddetto “verticale”, responsabilizzando Regioni ed Enti locali attraverso l’efficentamento delle uscite per i servizi decentrati. Basti pensare che tale quota di spesa è rimasta quasi inalterata dal 1990 (circa il 30, 32 per cento), mentre le entrate tributarie si sono più o meno triplicate, toccando oggi la cifra del 22 per cento. Insomma i trasferimenti statali hanno svolto un ruolo sussidiario, finanziando – a piè di lista – gli Enti locali. Ne deriva, per conseguenza, che diverso sarebbe se Regioni e Comuni venissero concretamente coinvolti nell’amministrazione (costi/benefici) di quegli stessi tributi erariali (pensiamo al modello cantonale svizzero di tipo cooperativo, vigente, e al modello degli Stati Uniti nato nel 1787). Ora, però, pare (articolo 12 della delega) che sia giunto il momento di mettere mano a un pluralismo che ha nel territorio un elemento fondante della soluzione “federale”: con parole più semplici il federalismo appare una delle possibili manifestazioni della volontà di costruire e mantenere l’unità nella diversità. Cosa non facile, ma necessaria (magari attraverso l’Iva e l’Irpef) se si vogliono dare risposte a esigenze specifiche di gruppi sociali che vivono in un determinato ambito del Paese, tenendo conto che tutti sono responsabilizzati e che certo non è qui e nemmeno subito la soluzione Meridione e Settentrione d’Italia. Il percorso è assai più accidentato di quanto si pensi all’apparenza, in termini di gettito pro capite. E diventa problematico se dai valori pro capite si sposta l’indagine al rapporto gettito/Pil regionale. In realtà i calcoli di dare/avere in termini di imposte e spesa pubblica hanno un significato solamente se riferiti a singole persone (un ricco napoletano è uguale a un ricco trevigiano). Ognuno manterrà i “poveri” delle due Regioni, essendo irrilevante che il Veneto sia più ricco della Campania.

Sicché la facile vulgata, secondo la quale il Nord mantiene il Sud, ha bisogno di un aggiustamento concettuale, frutto proprio di una diversa interpretazione toponomastico-fiscale. Secondo un primo approccio, di facile lettura, non vi è dubbio che la cuspide della Valle d’Aosta è pari all’incirca al doppio di almeno sei Regioni meridionali (Campania, Molise, Puglia, Sicilia, Basilicata e Calabria). Il tutto secondo una bisettrice che attraversa il Centro Italia e si accompagna al Trentino-Alto Adige, all’Emilia-Romagna con appena sotto Piemonte e Lazio. Terze vengono Veneto, Liguria e Toscana. La spaccatura è di tutta evidenza, con un Meridione che riceve – pur con una spesa inferiore a quella del Centro-Nord – più di quanto contribuisca in termini di prelievo tributario. Per inciso, basti pensare che la Lombardia paga tributi individualmente e su base annua (euro 3.970,00) superiori al valore delle prestazioni, mentre la Sicilia riceve più di ciò che paga come tasse (euro 2.650,00). Facendo calcoli, che qui risparmiamo, la distanza fra Regioni a statuto ordinario fa sì che la distanza fra Nord e Sud è valutabile intorno a un quinto, con un grado di efficienza della spesa meridionale assai ragionevolmente meno efficace che nel Centro-Nord. Tuttavia, rammentando che la misura erogata al Sud è di certo inferiore in termini assoluti, si deve contemperare tale cifra con il maggior esborso dispiegato sulle Regioni centro-settentrionali. E questo ricordando e raccordando che al Sud si spende, per il personale pubblico, circa un dieci per cento di più di quanto non avvenga al Nord.

A ben vedere una contraddizione che non può essere elusa con semplicismi di facile lettura. Per ciò immaginando che il finanziamento a “standard di spesa” (al posto della spesa storica) potrebbe comportare un effetto non desiderato, e cioè proprio quel decremento delle risorse finanziarie destinate al Mezzogiorno d’Italia che – nel progetto della delega – si vuole migliorare a ulteriore ribasso.

“Lavorando”, però, su altro indice (pressione tributaria/Pil pro capite) si perviene a un quadro abbastanza diverso da quanto esposto in precedenza.

Restano certo – per pressione fiscale – “prime della classe” alcune Regioni del Nord: Lombardia, Liguria ed Emilia-Romagna, ma Sicilia, Puglia e Campania tengono il passo con Trentino-Alto Adige, Veneto, Lazio e Toscana.

Insomma lo sforzo fiscale non è inferiore alla media nazionale, anche se la spesa pubblica è più bassa rispetto alla misura media nazionale. Queste osservazioni devono far meditare sul genere di federalismo che si vuole adottare, onde evitare diseguaglianze concepite sull’assioma che operando sull’assistenzialismo, il Sud sarebbe costretto a uno sforzo che ne stimolerebbe – sul lungo periodo – una qualche forma di sviluppo economico. In pratica ad allinearsi con il resto del Paese. Peraltro il decentramento non asseconda, tout court, l’uguaglianza. Semmai, in prima istanza, avvantaggia le realtà locali più “ricche”. Il federalismo non nasce per indebolire l’autorità centrale, che perequativamente dovrà comunque assolvere il ruolo statuale di riequilibrio, se necessitato. La motivazione del decentramento è sostanzialmente desiderata ed auspicata per riorganizzare i vari livelli locali, affinché sia garantito un rapporto più confacente alla realtà moderna dei bisogni pubblici e della popolazione che ne fa domanda.

 

9 maggio 2009