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I migliori anni della nostra vita
Stringimi forte che nessuna notte è infinita”. Queste parole sono riemerse dal passato, ascoltando per caso la bella canzone di Renato Zero, scritta – credo – intorno alla metà degli anni novanta. Quella musica per un istante mi ha emotivamente riportato appena indietro. Più o meno alla soglia del 1959, al miracolo economico che il “Daily Mail” assegnava all’Italia; alla cosiddetta liretta del periodo d’oro che, grosso modo nel 1955, ci collocava tra i grandi paesi industrializzati. Un popolo di formiche, che dopo la fine della seconda guerra mondiale, cambia vocazione e da agricolo intraprende una corsa che ha storicamente del miracoloso. Intanto la firma e la promulgazione il 27 dicembre 1947, a Palazzo Giustiniani, della Costituzione repubblicana con le controfirme di Terracini e De Gasperi. Poi, al presupposto giuridico, segue una stagione di politica economica che ha dell’eccezionale. Neanche tanto lentamente l’Italia innesta una marcia che non ha eguali: l’approvvigionamento del carbone a costi contenuti, la crescita del risparmio che produce tassi di interesse assolutamente modesti per i tempi, un bilancio pubblico che si caratterizza per un sostanzioso avanzo primario. Ma soprattutto una produttività che oggi potremmo definire “asiatica”, perché il costo del lavoro si connota basso e mantiene lo stesso livello almeno sino al 1968. Certo gli uomini del tempo hanno un profilo alto, culturalmente alto: Donato Menichella, Luigi Einaudi, De Nicola e, più tardi, Ugo La Malfa forte sostenitore all’apertura del mercato e alla negazione dei dazi all’importazione. I segreti del successo sono evidenti per l’intero periodo che si snoda fra il 1958 ed il 1963. Tanto per fare un esempio il Pil – nel 1961 – giunge quasi all’otto per cento (primo centenario dell’Unità d’Italia). Un risultato straordinario, finanziato, è bene dirlo, da un bacino di mano d’opera dove il costo del lavoro (a poco prezzo) è senza competizione con i livelli di stipendio e salario praticati presso le industrie tedesche e francesi. In buona sostanza fra il 1950 e il 1961 le retribuzioni italiane rimasero stabili e comunque inferiori agli standard di produttività. Qui sta il vantaggio competitivo delle nostre esportazioni, specialmente per meccanica e chimica. Fatto che determinò un forte saggio di autofinanziamento presso le imprese, accompagnato dall’adozione di tecnologie più moderne e quindi da margini complessivamente più alti nei livelli di efficienza (economie di scala, utilizzo al massimo degli impianti, equilibrio mobile fra produzione e domanda dei prodotti fabbricati). Di certo la domanda interna non correva di pari passo. Lo fece più tardi, e per fortuna, autodeterminando a quel tempo un attivo – e per circa dieci anni – della bilancia commerciale e dei conti con l’estero.
Nel frattempo l’Iri, insieme al dinamismo delle grandi imprese familiari, facilitò le cose e la ricostruzione post-bellica. Insomma fra il 1959 ed il 1963 le esportazioni italiane crescevano a ritmi “cinesi”. Grosso modo del 16 per cento in media, con volumi verso i paesi CEE intorno al 35/40 per cento. Insomma tutto dipendeva dalla domanda estera. A questo contribuirono anche le cosiddette piccole imprese (storia più recente fra gli anni settanta e ottanta). Ciò non toglie che quelle aziende, già prima, ebbero un ruolo ausiliario nel campo delle sub forniture per manufatti e servizi accessori. In pratica il policentrismo (grandi aziende pubbliche come Finsider, Sip telefonia, Finmeccanica, Fincantieri, ecc…; strutture private come Edison, Olivetti, Falk, Pirelli, Marzotto, Fiat, Rizzoli, Mondadori e piccole imprese dell’indotto) impresse al paese un’accelerazione straordinaria che, ancora oggi, fa parlare a giusto titolo di “miracolo economico”. E tutto questo boom senza pressioni inflazionistiche (grazie anche alla Banca d’Italia). Più tardi le circostanze mutarono e la leva determinante, il costo del lavoro per unità di prodotto, cominciò dopo il 1962 a cambiare rotta. In buona sostanza il divario fra andamento dei salari e produttività media si accorciò, portando le imprese a “scaricare” il margine perduto sui prezzi, con relative perdite sui mercati esteri. L’Italia comunque consumò di più internamente (basti pensare all’acquisto di case, automobili, elettrodomestici), ma perse in competitività esterna. Certo il reddito disponibile, dal 1945 al 1960, era quadruplicato. Così nel 1962 si comincia a parlare di politica dei redditi, come elemento di raffreddamento della dinamica salariale. Si nazionalizza l’Enel (energia elettrica), con la speranza che gli indennizzi vengano reinvestiti nell’industria manifatturiera. Così non sarà. O comunque non sarà nei termini desiderati dalla politica economica. Inizia la congiuntura, il sud resta indietro e fornisce solo mano d’opera al nord, spopolando le campagne. Nel frattempo, su altro versante, esplode tutta la versatilità italiana, fatta di cinematografia e musica. Pure queste esportate. C’è passione politica e civile in Riso amaro, Pane amore e fantasia, Due soldi di speranza, Roma città aperta, I soliti ignoti. Per me il più bello ed emblematico resta Il sorpasso di Dino Risi (1962) con Vittorio Gasman. Una sintesi asciutta di un’Italia cafona, ma vitale. Poi c’è la Dolce vita di Fellini a rappresentare un paese ambiguo, comunque tormentato e non felice. Sempre nel 1960 viene rappresentato Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti: un’integrazione mancata. Nella letteratura troviamo Italo Calvino, Moravia e Pier Paolo Pasolini che, già nel 1953, parla del consumismo: un tarlo corrosivo, così disegnando il declino morale delle coscienze. Nello sviluppo squilibrato e tuttavia storicamente non evitabile ci sono pure le canzoni e Carosello. Claudio Villa, Mina, Nilla Pizzi, Gigliola Cinguetti, Tenco, Endrigo, Rascel. Su tutti Domenico Modugno con Volare (1959) e Piove.
Ricordare, ricordarmi, ricordarvi è forse piuttosto nostalgico. Ma è anche un antidoto per convivere col presente: i miracoli difficilmente si ripresentano. Sicchè penso, con le parole di Paul Valery (1945), che il modo migliore per realizzare i propri sogni è quello di svegliarsi. Tuttavia aggiungerei, senza dimenticare il sogno.
Roma, 25 giugno 2010

