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Il brigantaggio del 1861: una ferita ancora aperta
Ci sono momenti in cui tante piccole finestre della memoria si aprono per caso ad illuminare minuscoli pezzi emotivi che, immagazzinati, si trasformano – come in un film – e diventano sintesi di un racconto, di un quadro che finalmente si connota nella sua interezza. Questa volta è successo guarda caso proprio sul 1861. Nello scorrere la stampa quotidiana e dopo aver letto il bellissimo libro di Carlo Fracassi “Il romanzo dei mille” ho avuto un’illuminazione, ora a 62 anni, ricordando la prima lettura di “Nord e Sud” di Carlo Alianello (1971). Improvvisamente ho avvertito una ricomposizione di visioni con l’accenno che riposava depositato nel mio libro di storia (Giorgio Spini).
In un sussulto di lucidità (ogni tanto accade) ho sentito forte il bisogno di capire e ripercorrere un tempo che la brevità delle righe del mio testo scolastico aveva lasciato inesplicato.
Il brigantaggio: che vuol dire, che voleva dire al di là della vulgata storico-popolaresca?
È possibile che quegli uomini fossero tutti mascalzoni, ladri, predatori. Possibile che Garibaldi non fosse consapevole di quanto si lasciava alle spalle mentre andava a Napoli? Il generale, combattente ma attento uomo della diplomazia, emanò un editto a Rogliano (Calabria). Siamo nel 1860. Con poche righe disse: “gli abitanti poveri di Cosenza esercitino gratuitamente gli usi di pascolo e di semina nelle terre demaniali della Sila...” Si parla di demanio pubblico, è bene dirlo, e non di terre “private”. Ma la paura, si sa, è contagiosa. Pensa sempre al peggio. Tralascio le circostanze, ma non i nomi – i baroni della Sila, Morelli, Berlingieri, Barracco, Lucifero e Albani temevano il re Borbone, ma temevano anche il “nuovo” dei Sabaudi. Marx c’entrava poco (anche perché i contadini non lo conoscevano, né tantomeno sapevano dei suoi scritti). Diomede Pantaloni scrisse a Minghetti, ministro degli Interni, parole in-equivoche sulla terra e sui contadini ridotti in miseria. Da qui parte la rivolta che spinge al brigantaggio e che il regno di Sardegna non seppe arginare con una saggia riforma sociale. Si scelsero le armi e l’attributo infamante di “briganti”, con il più facile percorso della repressione. Fu così che le ragioni del popolo si mischiarono con quelle dei “legittimisti” e viceversa. In una forzata confusione di identità fra Brigantaggio/popolo/borbonici e pure clericali: Crotone, Catanzaro, Cosenza ne furono protagoniste.
Terribile presupposto per quella che diventerà, poi, l’eredità dell’ndrangheta. A Musolino, Fra Diavolo e Crocco fecero seguito bande “meno onorevoli” che trovarono terreno facile nel difendere nobili, borghesi e proprietari terrieri contro l’annessione al Regno sabaudo.
In buona sostanza la reazione trovò fertile terreno, fronteggiando il modello della borghesia piemontese: mancata riforma agraria, inasprimenti fiscali, coscrizione obbligatoria. Si concretizzava così, più tardi, il pensiero gramsciano di “una grande disgregazione sociale” le cui radici affondavano nel secolo precedente, col processo di erosione del feudalesimo e di privatizzazione (e concentrazione) della terra. L’unificazione nazionale non seppe interpretare e leggere lo squilibrio fra sfruttamento della terra e dei contadini: per cui il progetto democratico fu sconfitto. La repressione militare, che seguì, passò alla storia sotto l’eufemismo di lotta contro il brigantaggio, mentre fu vera, sanguinosa e spietata guerra civile dal 1861 al 1865.
Oggi, che ricordiamo Garibaldi, il generale va evocato come figura che funge da promemoria dell’incompiuto, al pari del realizzato.
Questa estate, visitando la sua casa a Caprera, un altro tassello mi si è aggiunto. Il ricordo di Mazzini e quello di Carlo Cattaneo. La quercia non c’è più, ma resta la sua testimonianza. Questi tre personaggi furono straordinari e, credo, irripetibili. In particolare Carlo Cattaneo. Poco citato, ma vero federalista. A Lui e al suo alto messaggio ci sentiamo di dire che, culturalmente e per sensibilità umana, va tributato un atto di riconoscenza, piuttosto che un’evocazione separatista.
7 dicembre 2010

