Il coraggio dell’incoscienza

Stavo facendo una ricerca sullo sviluppo demografico, motivato dalla recente decrescita e distribuzione delle nascite nel nostro Paese. La curiosità e la provocazione a cercare qualcosa mi veniva da una serie di articoli, pubblicati da” La Repubblica”, a firma di Ilvo Diamanti.

Sicché, cercando, mi sono ritrovato fra le mani un testo del 1970 di Amintore Fanfani. Un libro sul quale avevo studiato e con il quale sostenni – nel 1971 – l’esame di Storia economica. Improvvisamente la mia ricerca demografica ebbe un sussulto di emotività. Intanto il volume, come fatto “fisico”, ad oggi rimasto assolutamente integro, salvo un po’ di nastro adesivo sulla parte alta (si tratta di stampa Utet, comunque robusta).

Ma, poi, la mia fantasia si è messa a viaggiare: in fondo perché feci quell’esame con il temibile Amintore Fanfani? Potevo evitarlo. Oramai, nel 1970, si scansava, anche a Giurisprudenza, l’esame di Scienza delle finanze con il grande ed omologo Cosciani. Eppure volli tentare per ragioni che appartenevano ed appartengono – ancora oggi – all’amore che ho per la storia e, nello specifico, per l’economia.

Abbandonando la ricerca dalla quale ero partito, sono tornato indietro; ai miei vent’anni, che sono così riassumibili. Poteva essere l’autunno del 1970. Mi sedetti di fronte a questo piccolo (grande) uomo dagli occhi taglienti. Avevo, credo, appena 22 anni. Lui interrogava oramai poche persone (i piani di studio del 1969 consentivano scelte improvvide…). Giacca, cravatta, pantalone di flanella, piazza Fontanella Borghese. Altre volte, già da bambino, avevo avuto modo di incontrare l’intelligenza e il senso autentico che essa esprime quando è vera. Amintore Fanfani faceva tremare solo già per come “appoggiava” le parole: lo sapevo e questo mi affascinava, ben consapevole che mi offrivo a un sacrificio che potevo evitare.

Lui interrogava tre persone alla volta, con tre domande, dove una risposta – in particolare – decideva dell’esame. Io stavo nel mezzo. Ero il numero due. Avevo letto il Trattato, volume V, Utet, parte seconda di 466 pagine, dove – alla fine – scrissi, a penna rossa, “amen”. Mi sentivo tranquillo. Troppo presto, però, perché potessi consolidare la mia sicurezza. Fanfani congedati, con aretino garbo, i miei due compagni di seggiola – rivolgendomi lo sguardo – disse: “Perché si sviluppò l’industria tessile a metà del Settecento intorno a Vercelli?”. Di fronte a questa domanda volevo alzarmi, e pure io andare via. Quel “Farabutto” voleva la mia uscita di scena e io ne avvertivo una quasi goduria. Era pronto a chiudere i conti.

In fondo i tempi rappresentavano per i professori una sorta di rivincita rispetto all’onda crescente della contestazione, oramai in atto.

Ma..., ma io ebbi un sussulto. Una sorta di illuminazione divina. Ancora oggi non so spiegarmela. Risposi: “Lì, nella zona, c’era abbondanza d’acqua e l’acqua rappresenta energia”. Proprio così dissi. Che, a pensarci adesso, non mi verrebbero altre e più adeguate parole.

Lui mi guardò silenzioso. Per me trascorse un tempo eterno. Poi prese il libretto e scrisse un numero al quale sono particolarmente legato: scrisse ventotto che, nella scomposizione – come direbbe il matematico Odifreddi – è numero perfetto: 2 più 8!

Avevo “vinto”; soprattutto avevo avuto il coraggio di incontrarlo.

Poi, nel 1973, mi laureai con 110 in Tecnica Industriale. Tuttavia ancora oggi conservo un grande amore per la storia ed in particolare per la storia legata all’economia. Se penso – poi – all’acqua che oggi scarseggia nel mondo, immagino retrospettivamente che forse avrei meritato anche un bel trenta.

 

Roma, 13 ottobre 2007