Per una diversa politica fiscale della piccola e media impresa

A Camere sciolte e a Governo insediato l’Istat ha reso pubblici i numeri e il profilo dei conti economici nazionali, tracciando il consuntivo del 2007.

Le note di risanamento sul bilancio dello Stato sono evidenti: il rapporto tra deficit e Pil è sceso all’1,9 per cento, un forte miglioramento rispetto al disavanzo 2006 in cui la stessa misura era attestata intorno al 3,4 per cento. Apprezzabile anche l’avanzo primario, cruciale per la riduzione del debito, adesso registrato al 3,1 per cento rispetto allo 0,3 del 2005.

Tuttavia questi risultati, in sé preziosissimi, sono “costati” al Paese un aumento della pressione fiscale e contributiva pari al 2,78 per cento, rispetto al 2005: siamo oggi a un livello di prelievo medio complessivo vicino al 43 per cento, secondi solo alla Francia (46 per cento) numero tuttavia non sopportabile sia perché le famiglie meno abbienti non reggono il surplus di tassazione trasferito indirettamente sui prezzi, sia perché la crescita – dopo il 2006 – si è fermata e il consumo interno sta regredendo per effetto del diminuito potere d’acquisto, soprattutto sui beni di prima necessità. L’Italia nel 2008 non crescerà dell’1,9 per cento, come nelle prospettazioni e nelle aspettative. Sarà già tanto “tenere” intorno allo 0,5 (forse 0,3) per cento su fine anno. E questo perché l’effetto domino dell’economia americana è appena iniziato. Sicché c’è solo da sperare che da noi il sistema aziende “tenga” e reggano le esportazioni nonostante il super minus dollaro, svalutato con sapienza per difendere l’economia americana in ripresa peraltro finanziata, in massima parte, dall’acquisto cinese dei bonds statunitensi.

Insomma nel frutto della globalizzazione c’è pure la contraddizione della mala pianta monetaria che distribuisce protezioni per i più forti, ma forti insolvenze per i meno attrezzati. L’Italia è fra questi, per danni prodotti già negli anni Ottanta quando il debito pubblico (Governi Spadolini, Craxi e De Mita) assunse connotati da capogiro, nonostante le ripetute avvertenze e l’allarmismo non ascoltato di un grande economista come Andreatta. Il risultato è oggi ben noto, ma serve a poco anche se c’è desiderio di virtù. Occorre pagare i debiti accumulati (con interessi), mantenere l’equilibrio e la pace sociale e dare impulso allo sviluppo. Un’impresa titanica se poi si guarda alla recessione già in atto negli Usa dove “fra poco” circa 10/20 milioni di famiglie si ritroveranno proprietarie di case il cui valore sarà inferiore a quello del mutuo ipotecario contratto e quindi saranno costrette a venderle, incrementando vistosamente le perdite delle banche che concessero il relativo mutuo. Uno scarto valutabile, per il crollo dei prezzi, tra il 20 ed il 30 per cento: come dire che il debito è cento, ma il valore dell’immobile è ottanta/settanta.

In buona sostanza, per ovvio effetto di rimbalzo in un mercato aperto, tutto questo si tradurrà in una crisi di illiquidità, già appena avvertibile pure in Italia come in altri Paesi europei. Derivati, conduit, garanzie porteranno a una ripercussione sul corso dei titoli azionari (le perdite prima o poi si portano in bilancio). Il risultato consegnerà una ondata ribassista non valutabile per entità, ma possibile per tendenziale andamento e per ribaltamento su tutti i mercati, e proprio in una fase di rallentamento/pausa dell’economia globale.

Il nostro Paese, ben ultimo già nella crescita del Pil europero, se non si attrezza, ne avrà ricadute assai dolorose. Poiché il futuro è ipotizzabile solo in parte, ma nell’economia le aspettative comandano prima delle realtà che si determinano ex post, occorre prepararsi e preparare interventi di politica economica che tutelino soprattutto le piccole e medie imprese, massimamente esposte al rischio di una congiuntura che si manifesta connotata da un triplice rischio: l’inflazione, che ha ripreso a camminare con passo ben spedito, la stagnazione dei consumi interni e il bisogno di liquidità causato dagli immobilizzi improvvidi delle famiglie e delle aziende.

Le cure diagniosticabili non sono facili; certamente sono e saranno amare. Ma occorre reagire. Soprattutto in termini di sostenibilità e, diciamolo, anche di sviluppo.

Un Paese fermo non ha futuro, soprattutto per i giovani oggi assistiti dalle famiglie.

In tutto questo lo scatto di reazione sta nel progetto complessivo al quale le piccole e medie imprese possono, se decongestionate dai molteplici adempimenti e da una diversa fiscalità (intesa in senso ampio), contribuire. Ma non basta quanto sin qui è stato progettato legislativamente, anche con la Finanziaria 2008. Ci vuole di più. Ci vuole un altro coraggio e forse una rinuncia, ribaltabile sul versante della spesa pubblica, diventata vischiosa e poco “aggredibile”. Circa il 98 per cento delle nostre imprese è tessuto connettivo del Paese e patrimonio di tutti. Anche qui bisogna mettere mano per invogliare gli imprenditori a non diventare, dopo gli utili aziendali, dei “rentiers” immobiliari. La Finanziaria 2008 li vuole premiare (imprese individuali) con una tassazione di riguardo qualora lascino gli utili in azienda (aliquota del 27,5 per cento, come per l’Ires). Ma questa iniziativa non è sufficiente perché si limita a guardare ai guadagni futuri ed eventuali.

Occorre invece sollecitare la ricapitalizzazione. Ma non con interventi parzialmente punitivi come per le società di capitali, con la limitata deducibilità degli interessi passivi (nel rapporto del 30 per cento del risultato operativo lordo, con riportabilità dell’eccedenza negli esercizi successivi).

Questo meccanismo funziona se si vuole arginare un sistema “bancocentrico”, assolutamente diffuso e desiderato dal mondo del credito e dal vecchio modo di fare impresa: indebitamento sull’azienda, deducibilità degli interessi passivi, azienda in perdita o pareggio e, negli anni buoni, distribuzione del “dividendo” a tax-rate agevolato.

Per riportare i soldi nel circuito aziendale (al di là degli aspetti merceologici e di rischio) è necessario invece invogliare il cosiddetto capitale proprio a tornare in azienda, con minore e diverso ricorso al credito.

Questo elemento è di fondamentale importanza. Al modello proposto dalla Finanziaria 2008 manca – appunto – il valore premiale che, per poco che fruttasse, era già presente nella dual income tax (Dit). Questa ipotesi avrebbe significato solo se attuata con forte impulso incentivante. Ne sono testimonianza le tante scissioni societarie con parte immobiliare messa in capo ad altro soggetto economico e giuridico. Prevedere l’indeducibilità degli interessi passivi aziendali somiglia tanto a una sanzione per eccesso nei limiti di velocità. Qui funziona e ha un senso. Ma nelle imprese no. Per le piccole e medie imprese occorrerebbe introdurre un approccio “suggestivo”. Per esempio un’aliquota ridotta del 20 per cento sulla remunerazione (utili) del capitale investito in azienda. In specie adesso che il comparto immobiliare avrà a soffrire perdite in conto capitale. Ma la manovra, se condivisa, andrebbe attuata con effetti giuridici “istantanei”. In pratica chi reinvesta e produca utili è subito nel diritto di applicare l’aliquota di favore. E, nel caso di perdite, può conteggiare una sorta di credito d’imposta da compensare al tempo in cui gli utili si produrranno. Questo intervento sposterebbe gli investimenti dal comparto immobiliare (rendita), che è in caduta, al comparto manifatturiero se profittevole.

In più – a maggiore incentivo – si potrebbe immaginare, sulle vendite immobiliari che vengano reinvestite in aziende, una plusvalenza di favore (con aliquota “secca” del 10 per cento), vincolata al patrimonio netto per almeno cinque anni, con libertà di (fuori)uscita, solo pagando un ulteriore 10 per cento di ritenuta cedolare secca sull’equivalente in capitale aggiornato al tempo dell’esodo.

Accanto a questo genere di approccio per ricapitalizzare le imprese, andrebbe presa in considerazione la circostanza che, in periodi di crisi, ogni azienda (magari grande) fa o tenta di fare “tesoreria” sul proprio fornitore (altra azienda, magari più piccola). In pratica paga a tempi lunghissimi le fatture, scaricando l’Iva della fattura subito, ma non saldando il debito. Con ciò mettendo in crisi chi gli ha prestato opere e/o servizi, che invece deve assolvere comunque il tributo registrato nelle scritture contabili.

Qui si tratta di porre un argine, stabilendo che la deducibilità Iva della fattura è legata al pagamento dell’intero corrispettivo. Così come per il fornitore, simmetricamente, l’Iva non è dovuta sintantoché la prestazione o il bene non siano monetariamente saldati. Ovviamente il committente non può detrarre il tributo.

Infine insiste uno dei problemi più difficili per le piccole e medie imprese: il problema della complicanza negli adempimenti fiscali, ma pure contributivi.

Qui probabilmente c’è una vischiosità storica, difficile da decomplicare. Ogni azienda, soprattutto di piccole dimensioni, deve assolvere incombenze tali da scoraggiare addirittura il pensiero dell’investimento. Qui, forse, per chi ne abbia potere si giuoca la vera partita. Se c’è margine e possibilità si affida ogni cosa al commercialista e/o al consulente del lavoro. Ma il vero problema non risiede in queste allocazioni, quando e come possibile. Il nodo risiede nelle tante occasioni in cui l’unicità aziendale deve confrontarsi con la pluralità della Pubblica Amministrazione. Questo è un nodo, il nodo ineludibile. I contribuenti, anche le imprese, ne soffrono. Per i più piccini il costo è addirittura regressivo. Pagare può dispiacere, ma – nella normalità e per obbligo di legge – si assolve. Pagare con bollettini e con modalità diverse assume connotati di autentica vessazione burocratico-amministrativa.

Per questa circostanza andrebbe assunto un unico modello di pagamento, dove sia allocato ogni debito aziendale (dalle imposte dirette, all’Iva, alla Tari, all’occupazione di suolo pubblico). Lo spazio c’è, tenuto conto che già oggi si pagano l’Irap, l’Ici e le addizionali con la stessa modulistica. Va fatto uno sforzo ulteriore affinché ogni debito erariale sia quello e non altro; affinché le scadenze, altro problema, non siano disseminate lungo il corso dell’anno e non si sappia quando arriveranno e in quale misura. Le imprese hanno bisogno di certezze, specialmente quelle di più piccola dimensione.

Diversamente vedremo avverarsi – in senso contrario – il pensiero di Keynes che diceva come sia solo con l’investimento che si determina il risparmio e si mette quindi in moto il circuito virtuoso dell’accumulazione e della patrimonializzazione industriale.

Per attivare questo percorso bisogna anche disarticolare le metodologie accertative che vedono le imprese esposte a rischi difficilmente contrastabili, se appena si discostano dagli studi di settore. Si pensi che almeno il 98 per cento delle cosiddette imprese minori italiane si situano sotto la soglia di fatturato pari a 5.164.568,00 euro.

Ma non tutte le imprese si somigliano e a volte emergono risultati aberranti che è difficile smontare in sede di contraddittorio con le agenzie fiscali. Qualcosa ha fatto la Finanziaria 2008 semplificando, con una ritenuta secca del 20 per cento, gli adempimenti per tutte quelle imprese definite minime perché sotto i 30.000,00 euro di fatturato. Forse però ci voleva più coraggio, attestando la soglia a un livello almeno vicino ai 50.000,00 euro. Con ciò semplificando vieppiù il sistema che, così, avrebbe abbracciato una platea di contribuenti (comprese le professioni) prossima a circa ottocentomila partite Iva. Queste iniziative hanno il pregio di non “affaticare” le piccole strutture e liberano non solo risorse altrimenti impiegabili, ma contribuiscono, nel tempo, a far salire il gettito con minor senso di penosità per chi vi debba partecipare, alimentando – fra l’altro – un diverso rapporto nei confronti della macchina fiscale e della burocrazia che ne è co-protagonista.

In aggiunta l’illiquidità nel nostro Paese si sta già manifestando, se solo si guardi al tasso crescente con il quale le banche, esse stesse in crisi, stanno emettendo obbligazioni a breve (tre anni). Continuare a cumulare i profitti nel mattone – grazie anche alla cultura del debito – potrebbe consegnare il Paese all’ultimo raggio di sole e, forse, senza troppa fatica.

 

Roma, 9 maggio 2008